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Martin Luther King: l’azione diretta per il cambiamento sociale

Martin Luther King

L’Azione diretta

Per il cambiamento sociale

In questo numero incontriamo Martin Luther King, pastore protestante e leader del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti. Lo facciamo con un escursus sulla vita e sul pensiero, stupidi di scoprire l’attualità inquietante del suo limpido messaggio.

Giovanni e Marcella

Gli anni giovanili e la critica al Comunismo

Martin Luther King nacque nella città di Atlanta, nello Stato della Georgia, il 15 gennaio 1929. Il padre, Martin Luther King senior, era pastore della Chiesa battista, la madre una maestra.

Nel 1944 comincia il periodo degli studi al college e in seminario. Sono questi anni di intenso studio e di ricerca dove il giovane Martin entra in contatto con le teorie sociali ed etiche dei grandi filosofi dell’occidente.

“Durante le vacanze di Natale decisi di dedicarmi alla lettura di Karl Marx, ne ricavai alcune conclusioni di cui sono convinto tuttora. In primo luogo, rifiutavo la loro interpretazione materialistica della storia. Il comunismo, dichiaratamente laico e materialista, non riconosce un posto a Dio. Questo non avrei mai potuto accettarlo (…). In secondo luogo, ero in forte dissenso con il relativismo etico del comunismo. Dato che per i comunisti non esiste un potere divino, non c’è un ordine morale assoluto, non vi sono principi fissi e immutabili, ne consegue che praticamente qualsiasi cosa — la forza, la violenza, l’assassinio, la menzogna- diventa un mezzo giustificabile per raggiungere un fine “millenaristico”. Io aborrivo un simile relativismo morale(…). In terzo luogo, ero contrario al totalitarismo politico del comunismo. Nel comunismo l’individuo finisce per essere soggetto allo stato. Nel comunismo l’uomo, spersonalizzato, diventa poco più di una rotella nell’ingranaggio che fa muovere lo stato (…). Tuttavia, sebbene la mia reazione al comunismo fosse allora, com’è oggi, negativa, per certi aspetti lo trovavo stimolante. (…) Fin dall’infanzia io ero stato profondamente colpito dall’abissale distanza che separava la ricchezza superflua dall’abietta miseria: la lettura di Marx mi rese ancor più consapevole dell’esistenza di questo abisso. (…) Marx rivelava quanto fosse pericoloso vedere nel movente del profitto l’esclusivo fondamento di un sistema economico: il capitalismo corre sempre il rischio di indurre gli uomini a preoccuparsi di guadagnarsi da vivere più che di costruirsi una vita.

In quegli stessi anni Martin vive momenti di scetticismo religioso oltre a nutrire sentimenti di sfiducia nei confronti dei bianchi. Le riflessioni scaturite dai suoi affannosi studi, i vari contatti allacciati negli anni del college e il primo incontro con la figura di Gandhi, lo portano ad adottare una visione rinnovata dell’individuo e della collettività.

Nel 1953 dopo il matrimonio con Coretta Scott, Martin si stabilisce a Montgomery e diviene pastore della chiesa battista di Dexter Avenue.

“In quel periodo ero arrivato quasi a perdere la speranza che l’amore avesse il potere di risolvere i problemi sociali (…). Prima di leggere Gandhi ero in procinto di concludere che l’etica di Gesù fosse efficace soltanto nei rapporti individuali.(…) Gandhi è stato probabilmente il primo nella storia ad innalzare l’etica dell’amore predicata da Gesù al di sopra della pura e semplice interazione tra individui, considerandola una forza potente ed efficace su larga scala. Nella concezione gandhiana, che esaltava l’amore e la non violenza, scoprivo il metodo per riformare la società che avevo tanto cercato.”

Il boicottaggio degli autobus a Montgomery

Il 1° dicembre 1955 a Montgomery, in Alabama, Rosa Parks, una signora nera di mezza età, salì su un autobus di linea, seguì l’indicazione “Gente di colore” e prese posto nella quinta fila a sinistra, dietro ai posti riservati ai passeggeri bianchi. L’autobus ben presto si riempì. Il conducente invitò allora a far posto ai “signori bianchi” e tre neri si alzarono. Rosa era stanca, aveva appena terminato una lunga giornata di lavoro, le facevano male i piedi e decise di rimanere seduta. L’autista si allontanò e ritornò dopo poco accompagnato da due poliziotti, i quali afferrarono la donna e la trascinarono via portandola al posto di polizia, dove il funzionario di turno compilò il modulo di arresto con l’accusa di violazione delle norme municipali regolanti la disposizione razziale dei posti sugli autoveicoli pubblici. L’Associazione per il Miglioramento di Montgomery progettò il boicottaggio degli autobus che si protrasse per 12 mesi.

La vicenda, che coinvolse centinaia di persone, si concluse con una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che dichiarò incostituzionale il regime segregazionista.

“Montgomery aveva portato una nuova arma alla rivoluzione negra: lo strumento sociale della resistenza non violenta(…) la sua efficacia consisteva nella capacità di disarmare l’avversario, di portarne alla luce le difese morali(…). Per i negri rappresentava anche un metodo per lottare allo scopo di ottenere obiettivi di carattere etico servendosi di mezzi etici: e quindi forniva una forza creativa grazie alla quale le persone potevano trovare uno sbocco all’insoddisfazione(…). Montgomery aveva dato alla luce un tipo di negro nuovo e coraggioso. Questa persona si era sbarazzata della passività stagnante e dell’autocompiacimento paralizzante, e si era manifestata con un nuovo senso della dignità e del proprio destino.”

“In un senso molto concreto, i negri a Montgomery si sono mostrati disposti a tentare un modo nuovo di affrontare la crisi dei rapporti interrazziali. Riconosco che nel suo senso più autentico la non violenza non è una strategia che si adotta per il semplice motivo che sul momento è la più efficace: il senso ultimo della non violenza è un regime di vita che gli uomini abbracciano per il suo puro valore etico. Ma anche riconoscendo questo, essere disposti ad adottare la non violenza come tecnica costituisce un passo avanti, infatti, chi arriva a questo punto ha maggiori probabilità di scegliere in seguito la non violenza come propria regola di vita.”

Azione Diretta Nonviolenta

“Perché optate per l’azione diretta ?Perché i sit-in, perché i cortei ? Non è forse meglio percorre la via del negoziato ?”. Avete ragione di invocare la necessità della trattativa; anzi, è proprio questo il dine che si prefigge l’azione diretta. L’Azione Diretta non violenta cerca di costringere una comunità, che si è sempre rifiutata di trattare, ad affrontare la situazione. L’azione diretta cerca di accentuare gli aspetti drammatici del problema in modo tale che non si possa più ignorarlo. (…) Il nostro programma di azione diretta si propone di creare una situazione così satura di crisi da aprire inevitabilmente la strada al negoziato.”

Non conformisti trasformati

“Non conformatevi è un consiglio difficile in una generazione in cui le pressioni della folla hanno inconsciamente condizionato la nostra mente ed i nostri piedi a muovere al ritmico rullo di tamburo dello status quo. Molte voci e molte forze ci spingono a scegliere il cammino della minor resistenza e ci esortano a non combattere mai per una causa impopolare e a non farci mai trovare in una patetica minoranza di due o tre. (…) Successo, riconoscimento e conformità sono le parole d’ordine del mondo moderno, in cui ciascuno sembra aspirare all’anestetizzante sicurezza di essere identificato con la maggioranza. (…)

Quest’ora della storia esige una cerchia impegnata di non-conformisti trasformati. Il nostro pianeta oscilla sull’orlo dell’annientamento atomico; le pericolose passioni dell’orgoglio, dell’odio e dell’egoismo sono ormai insediate nella nostra vita; la verità giace prostrata sulle scabre colline di innumerevoli calvari, e gli uomini si inchinano dinanzi ai falsi dèi del nazionalismo e del materialismo. La salvezza del nostro mondo dal fato imminente verrà non attraverso il compiacente adattamento della maggioranza conformista, ma dalla costruttiva incapacità di adattamento di una minoranza non-conformista.”

La campagna di Birmingham

Birmingham era un centro industriale dell’Alabama poco lontano da Montgomery. Nel 1957 erano stati attuati in città diciassette attentati dinamitardi contro le chiese dei neri senza che alcun responsabile fosse mai stato individuato e il Ku Klux Klan era penetrato cinquanta volte nel quartiere di colore. Su proposta di Fred Shuttlesworth, King comincia la campagna di disobbedienza civile che fu preparata reclutando alcune centinaia di volontari con il compito di coinvolgere la popolazione nera. Il mattino di mercoledì 3 aprile 1963, trenta volontari presero posto ai banchi delle tavole calde dei cinque grandi magazzini più prestigiosi della città e chiesero di essere serviti. Furono respinti e quando si rifiutarono di abbandonare i loro posti, la polizia sopraggiunta ne portò in prigione ventuno.

“Il progresso umano non viaggia sui binari dell’inevitabile: si produce grazie agli sforzi instancabili di uomini disposti a collaborare con Dio, e senza il loro duro lavoro il tempo stesso diventa un alleato delle forze della stagnazione sociale.”

“Ci fu un episodio drammatico in cui perfino gli uomini di Bull Connor (governatore dello stato, segregazionista convinto – Ndr) rimasero scossi. Quando i dimostranti furono vicini al confine tra il quartiere dei bianchi e quello dei negri, Connor ordinò loro di tornare indietro, ma chi guidava il corteo rifiutò in termini garbati. Bull Connor infuriato gridò ai suoi uomini di aprire gli idranti. Nei trenta secondi che seguirono accadde uno degli eventi più fantastici di tutta la storia di Birmingham. Gli uomini di Bull Connor stavano fermi, di fronte ai manifestanti. Questi ultimi molti dei quali si erano inginocchiati, apparivano pronti a contrapporre ai cani poliziotto, ai manganelli e agli idranti di Connor nient’altro che il potere del loro corpo e della loro anima: senza paura e senza vacillare. Lentamente i negri si alzarono e cominciarono ad avanzare. Gli uomini di Connor, quasi fossero stati ipnotizzati, si fecero indietro, con gli idranti che ciondolavano inutili nelle loro mani, e parecchie centinaia di negri sfilarono innanzi a loro, superandoli senza essere più interrotti. In quel luogo, per la prima volta, sentii la fierezza e la forza della non violenza.”

“La mia speranza era che riuscissimo a liberare la nostra anima dai ceppi della paura e dalle catene dello scoramento, e avanzare verso un futuro incerto ma promettente con la fede che l’alba di un nuovo giorno fosse appena sotto l’orizzonte. (…) Insomma, il nostro movimento aveva sferrato un’offensiva morale, riuscendo ad arricchire il nostro popolo in fortezza di spirito, permettendogli di combattere per l’uguaglianza e la libertà. Il popolo negro aveva raddrizzato la schiena, e come aveva detto Gandhi, se un uomo non si piega nessuno può montarlo come una bestia da soma”

La grande Marcia su Washington

Il mattino del 28 agosto 1963 duecentocinquantamila persone confluirono a Washington da tutte le parti del Paese. Passarono attraverso le strade cantando: “Black and white together”. Secondo le stime ufficiali, tra i dimostranti c’erano ottantacinquemila bianchi. I dirigenti neri fecero di tutto per assicurare che la marcia risultasse una manifestazione pacifica. Duemila poliziotti neri di New York si erano offerti come volontari per il servizio di sicurezza. Milioni di telespettatori assistettero al corteo, che era lungo chilometri. I dirigenti neri lessero le loro rivendicazioni, che avrebbero poi sottoposto al Presidente, alla Casa bianca, a conclusione del raduno. King fu l’ultimo a parlare e pronunciò il famoso discorso ricordato con la sua affermazione “I have a dream”.

“Oggi, amici miei, vi dico: anche se dobbiamo affrontare le dfficoltà di oggi e di domani, io continuo ad avere un sogno.

Ho un sogno, che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni potranno sedersi insieme alla tavola della fraternità.

Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per l’essenza della loro personalità.

Oggi ho un sogno !

Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà innalzata, ogni monte e ogni collina saranno abbassati, i luoghi scoscesi diventeranno piani, e i luoghi tortuosi diventeranno diritti, e la gloria del Signore sarà rivelata, e tutte le creature la vedranno insieme.

Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in prigione insieme, schierarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi.”

L’assassinio

Il 4 aprile King si stava preparando in albergo prima di recarsi ad un comizio indetto per quella sera. Dopo essersi annodato la cravatta uscì sul balcone e scambiò alcune parole con un amico che stava lì sotto. La pallottola di grosso calibro lo fece schiantare di colpo. Colpì King sotto il labbro, gli spappolò il mento, rimase conficcata nelle vertebre cervicali e gli trapassò il midollo spinale. E’ probabile che King sia morto all’istante. I ghetti esplosero. Furono arrestate ventisettemila persone, tremilacinquecento rimasero ferite, quarantatré uccise e i danni complessivi ammontarono a cinquantotto milioni di dollari.

King aveva sempre saputo che quella sarebbe stata la sua fine. Nel discorso che aveva tenuto la sera prima, aveva detto:

“Non so che cosa succederà adesso. Ma non è questo che mi interessa. Sono salito in cima alla montagna. Non sono preoccupato. Come tutti, anch’io desidero vivere a lungo. Ma tutto questo ora non mi preoccupa. Desidero soltanto compiere la volontà di Dio. Egli mi ha concesso di salire in cima alla montagna. Io ho guardato oltre e ho visto la Terra Promessa. Forse io non arriverò fino là con voi. Ma voglio che voi sappiate, questa notte, che noi insieme, come popolo, giungeremo alla Terra Promessa. Per questo oggi sono felice. No, non mi preoccupa più niente. Non temo nessun uomo. I miei occhi hanno visto l’arrivo del Signore, il suo splendore.”

Riferimenti bibliografici:

Martin Luther King, Marcia verso la libertà, Andò, Palermo, 1968.
Martin Luther King, La Forza di amare, SEI, Torino, 1967.
Martin Luther King, Marcia verso la libertà, Andò, Palermo, 1968.
Martin Luther King, Perché non possiamo aspettare, Andò, Palermo, 1968.
Martin Luther King, Lettera dal Carcere di Birmingham — Pellegrinaggio alla nonviolenza, Ed. del Movimento Nonviolento, Verona, 1993.

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