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DON MILANI: trent’anni dopo


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Fa un certo effetto vedere, a trent’anni dalla morte del profeta scomodo, come i media si siano “impossessati” del ricordo di don Milani. Chissà cosa avrebbe detto, nel suo fiorentino senza peli sulla lingua, se avesse saputo che sulla sua vita si sarebbe fatto addirittura un film per la TV… Forse non gliene sarebbe importato un granchè, perso com’era dietro i suoi ragazzi. Aveva altro a cui pensare! 
E proprio per incontrare un don Milani distante dall’oleografia mediatica che talvolta si sovrappone o si sostituisce ai processi vaticani di canonizzazione, riuscendo al tempo stesso ad annacquare il potenziale profetico sprigionato da questi testimoni, abbiamo fatto visita ad Edoardo Martinelli. Educatore professionale e responsabile del Centro di Documentazione “don Milani”, Edoardo ci parla dei tempi di Barbiana, dove ha preso tanti scapaccioni per convincersi a studiare, ma dove ha vissuto anche una delle più belle esperienze della sua vita.

Edoardo, qual è il tuo ricordo di don Lorenzo?
«Don Lorenzo è stato spesso raffigurato come un personaggio cupo. Tutte le volte che penso a lui, invece, me lo raffiguro come uno di quei personaggi che apparivano nei mercati con addosso tantissimi strumenti: la grancassa, la chitarra, il piatto, l’armonica a bocca. Per me Barbiana è un mondo pieno di suoni e colori: mi ricordo l’inglese imparato con le canzoni di Bob Dylan. Per tanti, invece, Barbiana appare come un mondo austero: viene di chiedersi come facevano i ragazzi a stare in un posto simile. Ma la scuola, invece, era una scuola allegra, specialmente per le uscite che don Lorenzo aveva mentre lavorava con noi. In fondo, rimaneva sempre un fiorentino. Don Lorenzo è stato un educatore, ma aveva anche il cuore di babbo per noi. L’immagine severa che gli si è ritagliata addosso forse è dipesa dal fatto che noi abbiamo parlato poco del rapporto che ci legava a lui. Dove lo trovi un educatore che ti accompagna fino alla morte, facendo della propria morte una grande occasione di insegnamento? Il priore ha regalato la sua morte ai ragazzi, morendo nudo senza legami materiali, amici, intellettuali, preti… Solo noi e il Priore. A volte si ragionava dell’amore, come lo intendeva il Priore. Nelle lettere a don Bartoletti dice che “Dio ci giudicherà solo nell’amore, altrimenti non si capirebbe come mai è santo un papa che ha bruciato un eretico”. Il peccato per Lorenzo prete è la mancanza di amore. “Il desiderio di esprimere il nostro pensiero e di capire il pensiero altrui è l’amore. Essere maestro, essere sacerdote, essere cristiano, essere artista ed essere amante ed essere amato sono in pratica la stessa cosa.” (Lettera alla Sig.ra Lovato) In sintesi: l’amore Dio, il peccato non-Dio e la povertà sono i pilastri portanti della teologia di don Milani, che insieme al Vangelo, la vita di Socrate e di Ghandi e la Costituzione crea anche i pilastri della sua pedagogia, basata sulla cooperazione al posto della competizione».
Parlaci un po’ del metodo della Scuola di Barbiana.
«A volte ci si dilunga a discutere se quella del “Priore” è una vera didattica o addirittura un’antididattica, se sia applicabile all’interno dell’istituzione scolastica. Ho il sospetto che non si voglia parlare di “metodo” per quanto riguarda la Scuola di Barbiana, perché finalmente si potrebbe esportarla in altri contesti, ponendo fine agli educatori esaltano e mistificano don Milani. Alcuni si rifanno a quanto scritto da don Lorenzo in “Esperienze Pastorali”: “spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola e ad averla piena. Insistono perché scriva per loro un metodo, perché io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda: non chiedetemi qual è il metodo, ma come deve essere l’educatore”. Nel metodo di don Milani ci sono alcuni punti fermi, come possiamo ritrovare anche nel lavoro di Canevaro, Lodi, Ciari, Mauro. Dalla trasmissione nozionistica si passa all’acquisizione di un metodo di studio, degli strumenti per apprendere. Don Lorenzo trasmetteva la capacità di studiare da soli e ci educava così alla formazione permanente, al piacere di scoprire: non conosco nessuno di noi che abbia smesso di studiare. Il metodo della scuola era in sé semplicissimo, composto da poche fasi ben chiare. Quando arriva a Barbiana analizza il popolo, compie una ricerca sociologica, e scopre che è un posto isolato. La sua prima lezione è la spiegazione dell’uso del telegramma, uno strumento di comunicazione. Solo con lui la posta arriverà tutti i giorni, rompendo l’isolamento dei contadini. Don Milani riesce a mettere in relazione From, Ingrao con i figli dei contadini in un rapporto alla pari».
Possiamo dire che con don Milani la scuola partiva dalla vita per tornare ad essa.
«Giusto.Un problema concreto dei suoi ragazzi o un avvenimento particolare divenivano un’occasione di studio e di ricerca che a volte durava anche diversi mesi. Quando a Barbiana crollò il pavimento della chiesa e vennero alla luce due scheletri, tutta la scuola, per qualche mese, ruotò attorno a questa vicenda: per ricostruire gli scheletri si prese un trattato di anatomia. L’elaborazione statistica, la ricerca dei dati era il mezzo con cui si passava dalla situazione particolare a quella generale, si allargava l’orizzonte. A volte i dati divenivano, a loro volta, nuova provocazione, nuova occasione di ricerca perché delineavano situazioni ancor più problematiche. Come fu il caso della “Lettera ad una professoressa”: trent’anni fa scoprimmo che il 65% degli italiani non andavano a scuola e che appartenevano tutti alla stessa classe sociale. Don Milani era poi capace di inventare delle figure emblematiche, come quella di Pierino, il figlio del ricco che a scuola passa sempre e finisce l’università. Pierino, per don Milani, è un poverino, un incapace a solidarizzare, di vivere insieme agli altri, di amare. Altro punto fermo del metodo è il lavoro di gruppo, tra cui ricordiamo la scrittura collettiva».
Ma come si può ripertere oggi l’esperienza di Barbiana?
«Il trentennale della morte di don Milani ci consente affrontare una questione di fondo: la Scuola di Barbiana è un’esperienza reale oppure è solo una bella metafora? E’ in atto, infatti, la tendenza di mistificare l’esperienza di don Milani, sottolineando oltre misura l’inapplicabilità della sua scuola. Don Lorenzo aveva affermato più volte che “una scuola così non la rifate da nessuna parte”. Ma lui lo diceva con fine provocatorio, non è che pensasse veramente l’impossibilità di riapplicare il suo metodo in un altro contesto. Oggi, invece, gli educatori sono tutti innamorati di don Milani, ma nella realtà il loro comportamento continua a produrre situazioni peggiori di quelle degli anni ’60. Nonostante i trent’anni passati, non siamo molto lontani dalla situazione descritta nella “Lettera ad una professoressa”. Lì si ricordava il mezzo milione di espulsi dalla scuola media inferiore. Oggi abbiamo delle statistiche che indicano che in Italia solo il 28% della popolazione arriva a diplomarsi, dei quali nenache la metà trova lavoro. Al contrario, in Germania ben l’84% della popolazione usufruisce della scuola superiore. Occorre tener presente che il bisogno culturale di oggi non è paragonabile a quello di trent’anni fa e la preparazione offerta dal ciclo inferiore non è più sufficiente per affrontare la complessità del mondo attuale».

E’ stato detto che Barbiana è una delle fonti a cui si rifà il ministro Berlinguer nel suo progetto di riforma. Quanto c’è di vero, secondo te, in tali affermazioni?
«Io lavoro nel mondo della scuola: anche oggi ero con i bambini di una IV elementare e si produceva la storia di Prato con il loro linguaggio, trasformandolo in ipertesto da collocare poi su Internet. Per applicare il metodo di Barbiana occorrerebbe una maggiore elasticità nella scuola: poter uscire di classe per andare sul territorio, maggior interdisciplinarietà. Per don Milani l’educatore si fa strumento d’uso per accedere alla cultura, non è chi sa tutto e trasmette le nozioni. La riforma di Berlinguer sembra prospettare una scuola diversa, chiaramente ispirata anche al modello di Barbiana. Pur calata dall’alto, è una riforma scolastica che tenta di cambiare certe tendenze, di recuperare il tempo perduto, di interrogare gli educatori ed i genitori stessi sui problemi dell’educazione e della scuola. Quando si parla di aprire la scuola al territorio, si parla di cose che a Barbiana si sono fatte trent’anni fa. I ragazzi costruirono addirittura la strada per far arrivare il postino. Si pensava già al lavoro, ad apprendere la cultura di base per inserirsi nella vita, nel mondo del lavoro. Una scuola staccata dalla realtà è una scuola perdente, che crea dei servi, che crea clientelismo.Con la riforma gli educatori dovranno esprimere una progettualità valida per quel territorio, senza essere più vincolati rigidamente ad un programma stabilito dall’alto, schematico. Gli educatori progetteranno considerando la realtà in cui vivono loro e gli studenti. Ovviamente l’educatore abituato a vincere i concorsi con i temi o perché ha la tessera di questo o quel partito, ha paura di perdere le proprie sicurezze e di dover dimostrare di essere un vero educatore. Per questo non ho paura dell’esodo dei professori dalla scuola: se sono di questa pasta è bene che se ne vadano. Nel testo di riforma si definisce la scuola italiana come statica dall’inizio del secolo. Don Milani, trent’anni fa, dichiarava che era statica dalla metà dell’Ottocento. Il Ministro è forse un po’ più moderato, ma non ha detto poco. Nella scuola abbiamo il predominio del Partito Italiano dei Laureati, come si legge nella “Lettera ad una professoressa”, di insegnanti che trattano la scuola come centro di potere, anche se gran parte hanno fatto il ’68».
I tuoi ricordi di don Milani non sono sempre in accordo a quanto, da qualcuno che ancora non ne condivide pienamente l’operato, ha ultimamente detto di lui.
«Proprio alcuni giorni fa, su un giornale, si è aperta una polemica sulla semplificazione di don Milani: si disinteressava troppo per quanto non coinvolgesse da vicino la storia del suo “piccolo gregge”. Penso che chi ha espresso tale giudizio non abbia capito molto sul metodo e sulla persona del Priore. Il suo metodo parte da eventi reali, quali la bocciatura di un suo ragazzo o la lettura di un articolo sui cappellani militari. Era la realtà che entrava nella Scuola a provocare il bisogno di approfondire, di ricercare. Il problema dell’obiezione di coscienza era già entrato nelle discussioni di Barbiana diverse volte, fino a che la posizione dei cappellani militari non provocò il bisogno di conoscere più a fondo la questione e produrre la “Lettera ai cappellani militari”. Eppure, molti intellettuali hanno visto il mondo di Barbiana come un mondo chiuso, autoritario, addirittura plagiante. Penso che siano state sempre delle strane proiezioni, dovute all’incapacità di capire il vero rapporto che don Milani riusciva a stabilire con noi e con i contadini suoi parrocchiani. Un rapporto in cui l’autoritarismo e la superiorità intellettuale sparivano: il Priore di fronte ad un contadino diventava uno scolaro. Certamente non stupido o ideologico: quando si accorgeva che il contadino aveva bisogno di cultura, in lui veniva fuori subito il maestro. Non dimentichiamoci poi che, con l’andar del tempo, Barbiana entrò a far parte di una rete di relazioni a livello internazionale. Mi fa un po’ ridere pensare che qualche giornalista, pochi giorni fa, ha definito Barbiana un “piccolo gregge”. Basta leggere, ad esempio, le lettere che mi ha scritto quando ero all’estero a lavorare d’estate. Don Lorenzo era riuscito a crearmi attorno una rete di supporto addirittura a Londra e che mi ha permesso, nei primi anni ’60, di scoprire il Rock, i sit-in di Bentrad Russel, i movimenti pan-africani. Tramite don Ernesto Balducci, a Barbiana arrivavano aggiornamenti continui sui lavori del Concilio Vaticano. In una circolare inviata ai ragazzi più grandi che si trovavano all’estero durante le vacanze estive, don Milani racconta della prima visita di Balducci a Barbiana e della discussione svolta sul paragrafo dello schema XIII, approvato qualche mese più tardi, che riguardava l’obiezione di coscienza. Il testo, ancora riservato “teoricamente” ai soli padri conciliari, fu definito da don Milani “bellissimo”, perché era evidente che il Concilio, con tali parole, considerava l’obiezione cosa nobilissima e non certo “espressione di viltà”, come i famosi cappellani militari toscani avevano affermato».

Augusto Borsi