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Danilo Dolci e la maieutica come strumento di lotta politica

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Danilo Dolci è stato il primo ad aver portato in Italia, con una concretezza fortissima, la nonviolenza come pratica di azione sociale. Le numerose azioni che egli ha promosso hanno innescato un processo di sviluppo umano profondo nella realtà disperata della Sicilia degli anni ’50 e hanno fatto conoscere in Europa la nonviolenza gandhiana.
Nadia Solitario

Il primo strumento che ciascun individuo ha a disposizione è se stesso“, questa frase di Danilo Dolci rappresenta la base della motivazione ad agire per cercare un’alternativa efficace alla violenza strutturale e culturale. Apprendere a riconoscere il proprio potere nella relazione con l’Altro, e ad evidenziare le interconnessioni tra l’autonomia e il legame reciproco è il fondamento del lavoro politico e della lotta nonviolenta. La responsabilità dell’azione e la fiducia nelle proprie scelte fanno della persona un nucleo di potere propositivo del cambiamento sociale, che viene amplificato nel contesto di gruppo.La coscienza dei propri bisogni, dei desideri liberi dai condizionamenti dei poteri economici e l’armonia delle diversità nelle relazioni di gruppo rappresentano i cardini dell’efficacia dell’agire sociale.Danilo Dolci racconta di una politica che passa dagli occhi delle masse, dei contadini, dei poveri, di chi non sta sui palchi e sugli schermi televisivi, di chi ha poche pretese se non quella di andare avanti giorno per giorno per gustarsi le piccole gioie familiari.Nella Sicilia degli anni 50-60, in particolare nella zona di Partitico e Trappeto (nel territorio palermitano) sono tanti i problemi legati alla povertà e alla grandissima disoccupazione, ma nonostante questo, si continua a incontrarsi, si sviluppa un lavoro formativo per cercare di far fronte ai problemi sanitari e di criminalità e creare dei punti di contrasto al clima di mafia. La comunità, il senso di attaccamento alla famiglia e la dedizione al mondo della campagna da una parte e la criminalità e la mafia dall’altra rappresentano lo scenario di riferimento del lavoro di Danilo Dolci, il dialogo e l’ascolto reciproco sono la base del suo lavoro formativo.Ogni cittadino deve essere coinvolto nel processo di crescita della società e di costruzione della democrazia e della libertà. Il suo metodo, conosciuto come “maieutica”, è il processo di nascita di idee nuove, di confronto, di progettazione attraverso il dialogo e la partecipazione di tutti. Si evidenzia nel comunicare apertamente senza maschere di ruoli.E’ questa attenzione al processo e alle dinamiche relazionali che fa dell’azione nonviolenta di Danilo Dolci un’azione di gruppo, immersa nel contesto locale di riferimento.Mettendo in comune le difficoltà nel gruppo, confrontandosi apertamente, combattendo l’ansia di trovare subito soluzioni si applica un metodo di decisione e di azione fondata sulla ricerca di soluzioni creative e condivise da tutti.Lo sviluppo della creatività di ognuno come strategia di risoluzione dei conflitti sociali è la pratica fondamentale per far crescere il potere di evoluzione del singolo nel gruppo sociale, far evolvere le relazioni e migliorare il contesto di vita dei cittadini.L’analisi dei punti di vista e la consapevolezza che essi siano limitati e che debbano incontrarsi con gli altri si evidenzia attraverso la persuasione che la visione d’insieme, della complessità delle situazioni è necessaria allo sviluppo di ciascuno.L’intuizione verificata dalla consapevolezza, dal confronto e dall’esperienza è il metodo di azione valido per la progettazione sia nelle scienze tecniche come l’architettura che per quanto riguarda le scienze sociali.”Un altro fondamentale strumento di verifica, indicazione e formazione culturale-morale l’individuo può trovarlo nel gruppo impegnato, nel gruppo di lavoro e di vita, voluto da ciascuno, teso a far esprimere e partecipare ciascuno nel modo più pieno, a far costruire sulla base della personale esperienza-coscienza: un gruppo di particolare qualità“.La vita di gruppo, la crescita delle relazioni nel gruppo facilitano l’impegno individuale, aumenta il livello di coscienza e la consapevolezza della causa degli eventi che si presentano nel contesto di vita, fa crescer il senso di responsabilità del singolo. Si fornisce un punto di vista più complesso incrementando la forza d’azione per cambiare l’ambiente circostante.Il coinvolgimento e nello stesso tempo il mantenimento dell’autonomia della persona e delle diversità di ognuno rappresentano i momenti essenziali della crescita della persona: dall’accumulazione delle esperienze e delle riflessioni e dal silenzio dell’autocoscienza prende forma l’immaginazione creativa, il processo di intuizione e di verifica delle soluzioni alla realtà violenta e alle oppressioni che ostacolano l’espressione dell’umanità e della libertà di ognuno.Il gruppo non è solo la somma dei singoli individui, è la moltiplicazione della potenzialità, del potere di cambiamento, della responsabilità e della possibilità di far evolvere il contesto e trasformare le conflittualità in occasione di crescita.“L’uomo ha un primo strumento per la salute sua e dell’umanità nel divenire lui stesso obiettore di coscienza: non semplicemente nel rifiutare la guerra ma nella pia chiarezza che ogni suo momento di vita deve essere coerente per non essere smembrato e disfatto, per avere la possibilità di un autentico sviluppo; e nella piena chiarezza che il fronte contro la guerra, estremo delle mostruosità, va organicamente approfondito e allargato contro i diversi mostri economici, politici, giuridici, morali” Un esempio di azione diretta nonviolenta come strategia di lotta politica:”lo sciopero alla rovescia” “Un giorno del novembre scorso, vicino a casa nostra, nel quartiere di Spine Sante di Platinico, morì una bambina di 5 mesi,- che pesava due chili e duecento grammi,- buttando fuori tutte le budella.Morì perché la famiglia non aveva potuto assisterla e non era stata ricoverata in tempo…Questo non è un episodio, un fatto isolato. A Partinico casi simili succedono spesso: la stessa Opera Maternità e Infanzia documenta con statistiche ufficiali che la percentuale della mortalità infantile è dell’8,7 per cento…Abbiamo rivolto diversi appelli al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, a tutti i deputati e a tutti i senatori. Anche ad altre autorità abbiamo rivolto appelli per chiedere soprattutto lavoro, scuola per i ragazzi e assistenza ai figli dei condannati. Sapevamo che troppo pericolo presentava la situazione: negli ultimi due anni, sedici sono stati i delitti nella zona di Partinico, fra uccisioni e suicidi. per tale situazione noi abbiamo mandato alla stampa e alle autorità documentazioni e appelli con la fiducia che le cose cambiassero. Ma le cose non cambiarono.. Noi non volevamo che la gente andasse a rubare o commettesse delitti. Cosa potevamo fare? La popolazione faceva pressione perchè si trovasse una soluzione, un rimedio.Così per la prima volta siamo andati sulla trazzera vecchia detta di Valguarnera, a due chilometri da l’abitato. Una strada tutta rovinata. A causa dei sassi scombinati e delle buche non potevano passare i carri, e la gente chiedeva che venisse aggiustata. non intendevamo disfare quella strada: volevamo, potevamo aggiustarla. Il commissario di pubblica sicurezza comandò di tornare a casa, promettendo che il lavoro sarebbe arrivato, e noi quella volta ritornammo…Così quel giorno tornammo a casa e, dopo aver parlato coi disoccupati e con le loro famiglie, preparai il testo per la televisione…esponevo il nostro proposito, le nostre esigenze : non abbandonare a se stessa la popolazione, tornare a lavorare sulla trazzera vecchia, per esempio. Tornarci in modo pacifico ma pienamente consapevole; senza alcun disordine ma tornare, per lavorare, e duramente.Riattare quella trazzera, metterla in condizione di essere transitata; fare insomma un lavoro vero, generoso, anche per rendere palese che anche a Partinico c’è una grande ricchezza, il lavoro; che le braccia non mancano al possibile miracolo di cambiare la faccia di quella terra…Si era deciso di stare a digiunare per un’intera giornata. Un diguno collettivo proprio per significare che le cose del mondo non possono cambiare al meglio senza meditare insieme, senza purezza, senza sacrificio. Noi ci riunivamo per meditaren cosa si sarebbe potuto fare per cambiare il nostro piccolo mondo…”Lo sciopero alla rovescia si concluse con l’arresto di tutti gli attori dell’azione dopo un susseguirsi di contatti, comunicati e interventi delle forze dell’ordine che impedivano lo svolgersi dell’azione accusando i partecipanti di possedere armi (intendendo con esse gli strumenti da lavoro degli abitanti di Partinico).Il gruppo era sempre più motivato al compiersi dell’azione di lavoro sulla trazzera. ciò doveva rappresentare il potere dei cittadini di ricostruire le loro possibilità di sviluppo attraverso la volontà e il lavoro collettivo.Nelle varie fasi dello sciopero furono coinvolti non solo gli organi di stampa, alcuni programmi televisivi ma anche numerosi personaggi impegnati per la mobilitazione sociale al fine di costruire la pace attraverso metodi nonviolenti di gestione del conflitto.Lo sciopero alla rovescia si può considerare la prima vera azione diretta nonviolenta nella storia italiana. Danilo Dolci è stato il primo a diffondere l’idea della nonviolenza come consapevolezza del potere di combattere la violenza sia diretta che strutturale attraverso strategie di gestione creativa dei conflitti. L’azione descritta nel brano sopra presuppone non solo la responsabilità individuale e la condivisione degli obiettivi del gruppo ma anche una forte convinzione sugli obiettivi da raggiungere. E’ fondamentale l’attenzione al processo oltrechè al fine, la capacità di ricontestualizzazione della realtà personale attraverso l’aumento della fiducia reciproca e la motivazione ad agire assumendosi su di sé il rischio implicito nella lotta nonviolenta.
   

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