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Antiche come le montagne: Gandhi

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>ANTICHE COME LE MONTAGNE: GANDHI
Antiche come le montagne sono le parole che i grandi profeti ci offrono dalle remote pieghe del tempo. Abbiamo scelto le parole del Mahatma Gandhi, che per primo usò questo slogan, per raccontare le verità che i grandi uomini dell’antichità hanno tramandato fino a noi.Una rubrica che nasce con un obiettivo ambizioso, che cercheremo di raggiungere con un semplice cammino di ricerca tra documenti, libri, film e incontri. Aspettiamo contributi e consigli, sapendo che le nostre trattazioni non possono ambire ad altro che a suscitare un pò di curiosità nel lettore, quella curiosità che è stimolo e fonte di ogni ricerca.La nonviolenza di Gandhi è il tema che andiamo ad affrontare nella nostra prima “avventura” di ricerca. Cominciamo con un tema che ci sembra di enorme attualità; ha ancora senso, parlare di risoluzione nonviolenta del conflitto ? E’ possibile un concetto di Pace al di fuori dal concetto di nonviolenza ? Queste sono le nostre domande.Da sempre, nella teoria dell’agire politico, ha prevalso il principio che la sfera della morale privata e quella della morale politica vadano tenute distinte; con Macchiavelli, è data per assunta l’assoluta divaricazione tra mezzi e fini. Se è del tutto comprensibile che sul piano privato ci si possa sottrarre alla legge che all’aggressione violenta ci si difende soltanto con l’uso della violenza, sul piano politico, quindi nella dimensione macrocosmica, questa legge non tollera eccezioni.Gandhi, nelle sue esperienze di lotta e di resistenza, ricerca costantemente un mezzo diverso; un metodo che permettesse di sconfiggere il “male” senza sconfiggere l’avversario. Lo trovò e lo chiamò Satyagraha (la fermezza della verità).In una delle prime esperienze che Gandhi racconta nella sua Autobiografia (vedi riferimenti bibliografici) si legge di come, da ragazzo, si trovò a confessare al padre di aver commesso un furto:Perdono e Nonviolenza – “… Decisi finalmente di mettere per iscritto la confessione per poi mostrarla a mio padre e chiedergli il suo perdono […] Egli lesse tutto e lungo le guance gli colarono giù le lacrime, bagnando la carta; per un attimo chiuse gli occhi assorto, poi strappò il foglio […] Piangevo anch’io, mi rendevo conto dello strazio di mio padre, se fossi pittore ancora oggi saprei ritrarre tutta la scena, tanto vivida mi è rimasta nella memoria.Quelle lacrime d’amore mi mondarono il cuore, e cancellarono il mio peccato…[…] Questa per me fu una lezione pratica di Ahimsa (nonviolenza – Ndr). Allora non vi scorsi che una manifestazione di amore paterno, ma oggi so che si trattava di pura Ahimsa; quando l’Ahimsa diventa universale, trasforma tutto ciò che coinvolge, la sua forza non ha limiti.” (Gandhi, La mia vita per la libertà, 1925, pp.37).E’ da queste esperienze che Gandhi costruisce il suo metodo: il Satyagraha si basa sul postulato della conquista dell’avversario attraverso la sofferenza della propria persona.

La sofferenza, e non la spada, è il simbolo della razza umana – “… In Sud Africa […] La mia gente era eccitata – anche la pazienza ha un limite – e si cominciava a parlare di vendetta. Mi trovai di fronte all’alternativa tra aderire anch’io alla violenza o trovare un altro metodo per risolvere la crisi e far cessare l’ingiustizia […] Nacque così l’equivalente morale della guerra.[…] Da allora mi sono andato sempre più convincendo che la ragione non è sufficiente ad assicurare cose di fondamentale importanza per gli uomini, che devono essere conquistate attraverso la sofferenza. La sofferenza è la legge dell’umanità, così come la guerra è la legge della giungla. Ma la sofferenza è infinitamente più potente della legge della giungla ed è in grado di convertire l’avversario e di aprire le sue orecchie, altrimenti chiuse, alla voce della ragione. Nessuno ha redatto più petizioni o difeso più cause perse di me, e posso dirvi che quando volete ottenere qualcosa di veramente importante non dovete solo soddisfare la ragione, ma toccare i cuori. L’appello alla ragione è rivolto al cervello, ma il cuore si raggiuge solo attraverso la sofferenza. Essa dischiude la comprensione interiore dell’uomo. La sofferenza, e non la spada, è il simbolo della razza umana.” (Young India, 1931).Presupposti essenziali, che Gandhi pone alla base del suo pensiero, sono l’identificazione della nonviolenza con il corso stesso della natura: la specie umana è sopravvissuta proprio in virtù dell’Ahimsa (nonviolenza) di cui la storia non parla poiché essa non è altro che il racconto del perpetuarsi della violenza nella storia, con l’obiettivo di giustificare la violenza stessa, fatta passare come principio di progresso. L’altro presupposto è la fiducia illimitata nella redimibilità dell’uomo, anche del più violento. Queste verità sono “antiche come le montagne”, nessuno le ha inventate.

La legge della nonviolenza – “I Rishis (antichi sapienti indù – Ndr) che hanno scoperto la legge dell nonviolenza proprio nel bel mezzo della violenza, sono stati dei genii più grandi di Newton. Essi stessi furono dei guerrieri più grandi di Wellington, ed avendo conosciuto l’uso delle armi, hanno constatato l’inutilità di queste armi ed hanno insegnato ad un mondo stanco che la sua salvezza non è nella violenza, ma nella nonviolenza.La nonviolenza nella sua condizione dinamica vuol dire sofferenza cosciente. Non vuol dire umile sottomissione alla volontà del malfattore, ma significa impegnare tutta la propria anima contro la volontà del tiranno. Lavorando in base a questa legge, un solo individuo può sfidare tutta la potenza di un impero ingiusto per salvare il proprio onore, la propria religione, la propria anima e porre le basi per la caduta e la rigenerazione di quell’impero.” (J. Nehru, Autobiografia, Milano, 1955).Queste parole ci colpiscono nel profondo, ci sembrano voci lontane, vaneggianti. Ormai convinti dell’intrinseca malvagità dell’uomo e, in fondo, dell’ineluttabilità del suo destino. Gandhi viene a risvegliarci, la sua voce cristallina ci porta speranza e fede, nel futuro.50 anni dopo Gandhi: un’esperienza di non-violenza attiva – “Durante la marcia dei 500, del dicembre 92, più ci avvicinavamo a Sarajevo, più la paura faceva sentire il suo peso su tutto il gruppo. Di fronte alla oggettiva possibilità di morire, le maschere cadevano e quelle persone erano sempre più vere, mostrando la loro fragilità.Partimmo dopo una giornata di estenuanti trattative con i Serbi: quella volta, su quei 10 autobus, non montarono 500 pacifisti comuni, ma 500 persone, uomini e donne che dentro di loro avevano deciso di affrontare l’esperienza del convivere con la paura, la paura concreta che forse qualcuno non sarebbe tornato a casa vivo.Era ormai notte e quando arrivammo su un tratto di strada che sapevamo ad altissimo rischio, sul mio autobus, il n.9, tutto cominciò a tacere, ed il silenzio, quello profondo, si mise a sedere tra noi.Gli autobus camminavano lenti in fila indiana perché le uniche luci che potevano usare erano quelle di posizione.Io ero seduto in fondo all’autobus ed osservavo i movimenti minimi delle persone che si erano accucciate tra i seggiolini per evitare quanto più possibile che qualche scheggia di granata passasse i vetri e colpisse qualcuno.Non c’erano più maschere, le persone si prendevano per mano o si abbracciavano comunicando con il loro silenzio, coraggio ed energia. Durante la nostra presenza nel territorio di Sarajevo, la guerra si fermò. Non eravamo stati bravi noi a convincere che la guerra è brutta, sono stati i signori della guerra che, messi alle strette da 500 civili disarmati disposti ad andare avanti, furono costretti ad ordinare la tregua.”

Il messaggio di Gandhi per noi – Gandhi è stato per noi un profeta, un politico, un educatore. Il suo è un messaggio di pace, di sviluppo, è una pedagogia della verità i cui insegnamenti si ritrovano in vari aspetti della vita: la religione, il lavoro, la società, l’ecologia, la cooperazione internazionale. Sarebbe stato un lavoro enorme oltre che ambizioso cercare di affrontare tutti i temi che emergono dagli scritti Gandhiani. Ci siamo limitati a capire cosa significhi per noi vivere un cammino di non-violenza Abbiamo scelto di indagare su ciò che il messaggio di Gandhi ci ha trasmesso, su ciò che ha fatto emergere nelle nostre coscienze.La verità, la non-violenza, “antiche come le montagne”, sono valori imprescindibili per l’edificazione della comunità umana nell’amore, nella libertà, nella “comunanza di umanità”. La non-violenza é assenza di odio, perdono dei nemici, è forza morale e spirituale, è lotta contro il demone di noi stessi. E’ la scelta della strada del rispetto della vita. Non è un gioco per deboli, non è fuga dal conflitto (“la non-violenza non è una giustificazione per il codardo, ma la suprema virtù dei coraggiosi poiché la pratica della non-violenza richiede molto più coraggio della pratica delle armi” Gandhi). E’ un cammino di umiltà, di autopurificazione, di formazione, di crescita interiore. E’ il fluire dell’acqua che si adatta alle pietre quando scorre, è lottare contro la parte di noi che è male, vivere la guerra ma contro il vero nemico che è in noi, annientare ciò che è egoismo per arrivare al bene, ad essere uno con l’assoluto.La non-violenza è insita nella natura umana, nessuno nasce però non-violento, è la potenza che deve diventare atto, è la potenzialità del bambino che deve essere educata per manifestarsi. E’ una strada lunga e faticosa, per intraprenderla bisogna avere la forza, il coraggio di soffrire.Per noi il messaggio di Gandhi significa questo:Prendere coscienza della propria debolezza, combatterla, portare avanti i propri obbiettivi, i propri sogni, le proprie speranze, vivere la libertà per far crescere il principio di umanità, solo così gli uomini e le donne di tutto il mondo riusciranno a sperare e a vedere un futuro che non sia più sofferenza, distruzione, morte.

VITA DI GANDHI – Gandhi nacque il 2 ottobre 1869 a Porbandar, sul golfo di Oman, nella penisola del Kathiawar, da genitori appartenenti alla casta dei mercanti. A tredici anni sposò una ragazza della sua età da cui ebbe quattro figli. Laureatosi in giurisprudenza in Inghilterra, nel 1891 fece ritorno in patria. Manato in sud Africa per ragioni di lavoro, si rese conto dell’oppressione in cui si trovavano i suoi compatrioti e decise di rimanere per rivendicare i loro diritti. Nel 1915 ritornò in India continuando la lotta per l’indipendenza del suo popolo. L’ottenne nel 1947, ma la divisione del territorio nei due stati dell’India e Pakistan e la lotta tra indù e musulmani, gli causarono amarezza e dolore. Riprese la sua campagna con un ultimo digiuno il 13 gennaio del 1948 a 78 anni. Diciasette giorni più tardi un indù lo uccise.
   

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