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Dossier Togo

Dossier: Togo

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Il Togo è un piccolo paese (56000mq) affacciato sul Golfo di Guinea che conta 4,3 milioni di abitanti. Non è certo una delle nazioni dell’Africa più popolari e, come accade spesso per questi piccoli paesi nel sud del mondo, non è facile trovare informazioni più approfondite sul loro conto, eccetto di genere turistico o vacanziero. Né enciclopedie né atlanti geografici riportano in maniera esauriente che cosa sia il Togo anche se questa nazione più di altre sia il frutto della spartizione coloniale. Viene forse più spesso citata la sua capitale Lomè, che nel 1975 fu la sede di importanti trattati commerciali noti con il nome di Convenzioni di Lomè, durante i quali si stipulò una cooperazione economica tra paesi dell’odierna Unione Europea e paesi in via di sviluppo dei Caraibi, del Pacifico e dell’Africa (paesi ACP). Da parte della Comunità economica europea c’era l’impegno ad aiutare lo sviluppo sociale ed economico di queste nazioni tramite l’apertura dei propri mercati ai prodotti dei paesi ACP, regolando prezzi e ragioni di scambio. La revisione di tali negoziati sono previsti nel 2000, ma malgrado la loro importanza e i loro ambiziosi obiettivi non hanno potuto evitare che il Togo vivesse anni di crisi economica e sociale dai quali sembra cominci ad uscire adesso. In effetti in Togo sono stati pochi e brevi i periodi in cui vi fosse una situazione, anche governativa, soddisfacente dal punto di vista della democrazia, e stabile. Le origini di questo paese prima della tratta degli schiavi e della colonizzazione sono sconosciute. La sua storia per gli occidentali, per noi, comincia nel 1884 quando la Germania si assicurò il controllo di questa zona stipulando un patto con un sovrano locale. E’ in questi anni che il Togo comincia ad acquistare importanza dal punto di vista economico, infatti in precedenza questo territorio a causa della mancanza di porti naturali, non era la meta più ambita per i colonizzatori di ogni nazione. L’occupazione tedesca avviò un’intensa economia agricola incentrata sulla coltivazione di cacao, caffè e cotone, tanto redditizia da permettere all’amministrazione coloniale il finanziamento della costruzione del porto artificiale di Lomè, oltre che di strade, fabbriche di birra ancora attive e ferrovie, e anche di scuole: difatti in quegli anni addirittura nove bambini togolesi su dieci andavano a scuola e questo fu un record che fino ad oggi il Togo non ha più riconfermato. Anche se la colonizzazione da parte dei tedeschi significò sviluppo economico, fu tutt’altro che benigna nei confronti della popolazione locale. Le autorità tedesche tassarono pesantemente gli abitanti e ogni tipo di rivolta fu soffocata con l’uccisione di migliaia di persone, senza contare che la tratta degli schiavi era un’attività ancora praticata all’epoca e ciò spingeva molte altre persone che cercavano di sfuggirvi, ad emigrare verso le colonie inglesi ad ovest o francesi ad est.La colonizzazione tedesca terminò con l’inizio della prima Guerra Mondiale, difatti la Germania subì la prima disfatta contro gli alleati proprio in territorio togolese. Dopo questa prima sconfitta la Germania abbandonò il Togo e nel 1920 la Società delle Nazioni ne affidò l’amministrazione fiduciaria per circa due terzi alla Francia (Togo orientale corrispondente allo stato odierno) e per un terzo alla Gran Bretagna (Togo occidentale).A partire dagli anni ‘40 cominciò il periodo del passaggio all’indipendenza di cui fu personalità centrale Sylvanus Olympio presidente della Camera di Commercio del Togo dal 1948. Olympio era anche promotore del Comitato per l’Unita Togolese (CUT), una associazione culturale che nel 1946 si trasformò in partito politico e che è attivo ancora oggi. Lo stesso anno si svolsero delle elezioni in territorio francese che proclamarono Olympio presidente “dell’assemblea territoriale”. Per lui fu così possibile cominciare a rivendicare l’indipendenza del Togo anche di fronte all’O.N.U., illustrando alle Nazioni Unite il problema etnico: infatti a causa della divisione tra Togo orientale e occidentale, la etnia ewe, che è la più numerosa in Togo, era stata spaccata in due così come altre etnie tra le quali quella dei kokomba. Tuttavia Olympio non riuscì ad attirare il consenso dell’ONU e nel 1956 il Togo occidentale fu annesso alla Costa d’Avorio generando l’odierno Ghana. Il Togo orientale fu invece proclamato Repubblica Autonoma sempre però sotto amministrazione francese e divenne primo ministro Nicolas Grunitsky leader del partito del progresso (PTP). In seguito nel 58 si tennero altre elezioni sotto sorveglianza dell’ONU che segnarono la schiacciante vittoria del CUT e Olympio divenne primo ministro, portando il paese all’indipendenza il 27 Aprile 1960. Anche se il Togo riuscì ad ottenere l’indipendenza, il cammino verso la democrazia fu lento e travagliato ed è tuttora un caso ancora aperto di cui l’economia e l’organizzazione sociale dello stato risente parecchio. Difatti negli anni che seguirono la dichiarazione di indipendenza, Olympio fu eletto presidente e riuscì a mantenere il potere fino al 1963 quando i militari attuarono un colpo di stato che culminò con l’assassinio di Olympio al quale subentrò Grunitsky. Questi a sua volta fu deposto nel ‘67 con un altro colpo di stato militare che destinò il potere al capo di stato maggiore dell’esercito Etienne Gnassingbé Eyadéma. In seguito al golpe fu sospesa la Costituzione e il Parlamento fu sciolto. A partire dal ‘69 il Togo è stato governato da un regime autoritario monopartitico e la democrazia si prospettava ancora un traguardo lontano. Intanto l’economia togolese si avviava sempre più ad una profonda crisi sfociando negli anni ‘80 in scioperi generalizzati tra i quali quello che si tenne nel biennio 1990/91 che durò oltre sei mesi. In seguito a tali disordini si formò una conferenza nazionale che avviò un graduale processo di democratizzazione ottenendo la stesura di una nuova Costituzione e di Parlamento multi-partitico (1994). Il primo ministro di questo nuovo governo fu Kwassi Klutze. Sfortunatamente le ultime elezioni presidenziali, nel 1998, contestate dall’opposizione, hanno comunque riconfermato presidente Eyadèma. La scarsa democrazia è uno dei maggiori problemi che hanno determinato nel corso degli anni lo scarso sviluppo sociale ma anche economico del Togo. Difatti l’Unione Europea, la Francia, la Germania e gli Usa dal 1992 hanno bloccato tutti gli aiuti alla nazione stabiliti dalle Convenzioni di Lomè ponendo come compromesso una maggiore democratizzazione della vita politica e sociale del Togo. In più il debito estero e il crollo dei prezzi delle materie prime esportate (soprattutto fosfati) hanno segnato la profonda crisi economica che naturalmente come prima conseguenza ha causato tagli alle spese pubbliche quindi principalmente alla sanità, all’istruzione e ai progetti di sviluppo. Negli ultimi due anni infatti, nonostante il processo di democratizzazione in corso , e la negoziazione di nuovi accordi con la banca mondiale e il fondo monetario internazionale, la ripresa degli investimenti nel settore sociale e degli aiuti esteri è ancora lentissima. Il PIL (prodotto interno lordo) pro capite è in costante calo: dal 1990 al 1996 è sceso a una media del 3,9% l’anno, e oggi è di 300 dollari; le esportazioni sono calate a 225 milioni di dollari, contro i 420 milioni del ‘92; il debito estero è di 653 miliardi di franchi CFA, circa 2000 miliardi di lire, e il servizio del debito è intorno all’8-9% del volume globale delle esportazioni di beni e servizi. Il tasso di disoccupazione è oltre il 20%, l’inflazione oltre il 9% l’anno, ma dal 1990 non c’è stato alcun aumento dei salari. Il 60% della popolazione vive sotto la soglia della povertà (il 28% della popolazione urbana e il 78% della popolazione rurale). Le condizioni sanitarie della popolazione rispecchiano questo quadro di fondo: la speranza di vita è di 50 anni, il tasso di mortalità dei bambini tra 0 e 5 anni è stimato tra il 125 e il 141 su mille (in pratica 2500 bambini morti ogni settimana), la mortalità materna è di 640 su centomila parti (in pratica 25 partorienti muoiono ogni settimana); malaria, diarrea, malattie infettive e malnutrizione sono tra le principali cause di mortalità infantile. Il tasso di vaccinazione è intorno al 50%. Altri problemi sanitari di rilievo sono la carenza di vitamine (soprattutto A), particolarmente accentuata nelle zone settentrionali del paese, le malattie da carenza di iodio, che toccano il 18% della popolazione globale, e la dracunculosi (verme di Guinea), endemica dell’area. Nelle zone rurali solo il 41% della popolazione dispone di acqua potabile, e solo il 22% di latrine e impianti igienici. Questi dati mostrano la gravità di questa crisi economica, eppure questo paese così travagliato vede nell’istruzione l’unica possibilità per risollevarsi e riuscire una volta per tutte a creare un Togo libero, indipendente e democratico. Sarà anche per l’influenza della colonizzazione tedesca durante la quale la scolarizzazione era avviata ed efficiente, comunque sia il popolo togolese mostra di aver voglia di riscattarsi ed è ammirevole vedere come da parte di questa nazione non siano richiesti aiuti di genere alimentare o la costruzione di fabbriche straniere che diano lavoro, ma fondi che possano gestire intelligentemente e da soli per poter costruire scuole per i loro bambini maschi e femmine, in modo che possano ricevere un’istruzione e che siano da grandi in grado, più dei loro genitori, di creare il benessere del loro paese. Questo fenomeno è talmente diffuso in Togo che anche il comitato italiano UNICEF lo sostiene nei suoi progetti contro la dispersione scolastica. Come sapete anche il Colibrì cerca di offrire il suo aiuto a questo scopo ed è per questo che vi proponiamo un’immagine della situazione in Togo e una breve storia di come questa nazione abbia piano piano preso coscienza dell’importanza dell’istruzione. Tutto cominciò in un piccolo villaggio, Pyta, nella regione centrale del Togo non lontano dal capoluogo Kara. Qui come in altri villaggi le donne ormai da sempre modellano vasi di terracotta che usano per raccogliere cibi, provviste e acqua. Era sempre stata questa una mansione femminile parallela a tutti gli altri lavori domestici finché ad alcune donne non è venuto in mente di far fruttare un pò di più questa loro arte. Circa un anno e mezzo fa, si presentò l’opportunità di poter usufruire di un piccolo credito d’impresa offerto dall’UNICEF e queste 24 donne si organizzarono il lavoro in tutte le sue fasi, dalla ricerca dell’argilla più pregiata percorrendo km e km lungo il fiume dalla lavorazione alla cottura dei vasi, in modo da produrne di più e di più pregiati. Il risultato fu una serie di manufatti di argilla di un certo pregio sui mercati locali che le donne riuscirono a vendere guadagnando dei soldi tutti per loro da sole. Iniziata questa piccola esperienza di commercio apparve subito chiaro, di quanto fosse importante e urgente imparare a far di conto, leggere e scrivere. Difatti nei primi tempi di attività le vasaie erano costrette ad affidare la vendita dei vasi ad un intermediario che però le imbrogliava pagando loro i prodotti a poco prezzo. Con l’aiuto dell’UNICEF, che oltre al credito iniziale si offerse di fornire anche il materiale scolastico e l’insegnante per un corso di alfabetizzazione, le donne di Pyta impararono presto tutte le nozioni di cui avevano bisogno nella loro attività, ed oggi sono completamente in grado di pagare da sole con i loro guadagni l’insegnante non solo per loro ma anche per i loro figli, gia perché le donne di Pyta hanno deciso di investire i loro guadagni sia per il loro piccolo business che per riuscire a finanziare l’allestimento di una piccola scuola per i loro figli con tanto di materiale scolastico, dalle divise ai banchi e di insegnanti. All’inizio gli uomini del villaggio non appoggiarono in nessun modo l’idea delle loro mogli, anzi le consideravano solo chiacchiere per perdere tempo. Adesso la situazione si è completamente capovolta: le donne di Pyta hanno messo su una vera e propria impresa che ha ovviamente un presidente, un vicepresidente e un tesoriere, tutti rigorosamente donne. Con i loro guadagni si sono potute confezionare dei vestiti di una splendida stoffa colorata che portano come uniforme e sono riuscite a garantire un’istruzione ai bambini del villaggio. Inoltre parte dei guadagni sono stati utilizzati per comprare una scorta di sementi custodita proprio nel laboratorio delle vasaie ed è questo soprattutto che ha fatto leva sull’ammirazione e la stima degli uomini dato che ora tutti in caso di carestia possono contare sul magazzino delle vasaie e nessuno nel villaggio rischia di patire più la fame come succedeva prima in caso di scarso raccolto. Ma forse la soddisfazione maggiore per queste donne è stata quella di poter ottenere, senza che nessuno osasse opporsi, che anche le loro figlie andassero a scuola. Uno dei problemi maggiori della arretrata scolarizzazione in Togo, è infatti la netta differenza tra gli alunni maschi (89%) e quelle femmine (63%) e tra il tasso di analfabetismo maschile (33%) e quello femminile (63%). Inoltre la percentuale dei bocciati è del 3,5% per i maschi e del 37% per le femmine. Dal 1994 in poi c’è stata un’inversione di tendenza, e attualmente il tasso di scolarizzazione elementare è risalito al 76%. Ma c’è tuttora una gravissima differenza di genere e le inefficienze sono ancora tantissime per esempio solo il 20% dei maestri ha ricevuto una formazione regolare. Nella media del paese, le classi sono formate da oltre 50 alunni con punte oltre i 100, e gran parte dei maestri, ragazzi con scarsa preparazione che si trovano in situazioni difficili da gestire, sono obbligati a seguire programmi scolastici ricalcati sul modello francese, non può far altro che ricorrere a un metodo di insegnamento autoritario e ripetitivo. L’uso delle punizioni corporali è molto diffuso, e spesso i maestri tengono a bada le classi con lunghi bastoni. La situazione è particolarmente grave nelle campagne e soprattutto nel nord del paese, nella regione delle Savane, è accentuato lo squilibrio fra bambini e bambine nella scuola. E’ per questo che l’UNICEF ha elaborato un programma di scolarizzazione delle bambine in Togo che si pone come obiettivo di portare entro il 2001 il tasso di scolarizzazione femminile all’80% e migliorare il tasso di frequenza scolastica attraverso azioni mirate in aree particolarmente a rischio, che comprendono circa 350 villaggi rurali, dei quali oltre la metà proprio nelle zone aride del centro e nord del paese. Ma per questo scopo ambizioso i fondi scarseggiano. Infatti il programma UNICEF in Togo per il periodo 1997/2001 prevederebbe un investimento di 12,4 milioni di dollari, un quarto dei quali destinati al settore della scuola. I fondi a tuttora impegnati e sicuramente disponibili sono però di molto inferiori: 5 milioni di dollari in totale, e nel settore della scuola e dell’istruzione di base per le bambine, in particolare, servono da qui al 2001, 1.192.000 dollari per completare i programmi previsti (pari a circa due miliardi di lire). Per la regione nord del paese (Savannes) la quota di finanziamento mancante per completare, nel triennio 1999/2001 i programmi scolastici dell’UNICEF , è in lire italiane, pari a circa 400 milioni di lire. Non ci si può quindi adagiare puntando solo sulla speranza di riuscire in qualche modo a raggruppare una somma di denaro tanto grande, è per questo che l’UNICEF e altre ONG come il Colibrì mirano a sfruttare le risorse locali, la grande domanda di istruzione e l’iniziativa delle famiglie e delle comunità, per riuscire a fare molto anche con pochi soldi. Prove che una simile impresa sia possibile ne abbiamo a sufficienza. Le donne di Pyta come in molti altri villaggi ci hanno gia dimostrato che soltanto fornendo loro un piccolo aiuto finanziario, sono benissimo capaci da sole di organizzarsi in maniera produttiva per il loro futuro e per quello dei loro figli, e di questo anch’esse sono molto orgogliose e fiere. Quasi sempre questa gente è in grado di creare servizi addirittura migliori delle scuole statali riconosciute. Infatti le piccole scuole nate dallo sforzo della comunità dei villaggi ufficialmente non esistono e sono chiamate “scuole clandestine”. E’ obbiettivo dell’UNICEF e di tutti, far uscire queste scuole comunitarie dalla clandestinità e perché no dar loro la possibilità di superare le scuole statali visto che i dati dimostrano che i risultati ottenuti da queste piccole scuole sono migliori, più idonei anche alle esigenze della gente malgrado tutte le difficoltà che incontrano e che devono superare per riuscire a farle nascere. Queste scuole non sono più scuole provvisorie per i bambini più poveri, ma stanno avviando una vera e propria riforma della scuola togolese, introducendo moderni e meno rigidi modelli educativi, lo dimostra il fatto che gli investimenti maggiori non vengono destinati per la costruzione di imponenti edifici scolastici, ma per la maggior parte nell’organizzazione di corsi preparatori di personale specializzato, di maestri e maestre che insegnino attraverso l’uso della lingua locale per lo meno nei primi anni, e non in francese, lingua obbligatoria nelle scuole statali. Queste scuole nascono in territori poveri, le famiglie pur di dare un’istruzione ai loro figli si ammazzano di lavoro per autotassarsi e certamente dopo tutto questo sforzo sono lietissimi di mandare i loro figli a scuola maschi e femmine indiscutibilmente. Il tirare su una scuola è una cosa che riguarda tutti nel villaggio anche i genitori, e tutti vogliono un’insegnamento che offra finalmente loro quello di cui hanno bisogno. Le scuole statali invece, ricalcate sul modello francese, forniscono una preparazione ripetitiva e soprattutto astratta che certo non insegna ai togolesi a vivere bene nella realtà di miseria che li circonda, o meglio ancora, non offre loro le nozioni necessarie per essere in grado di migliorare la loro condizione di povertà. Le scuole statali il più delle volte non sono neanche raggiungibili dai villaggi. I bambini devono percorrere molta strada e, per quanto riguarda le bambine, ai genitori non piace l’idea che le loro figlie percorrano tanta strada da sole, senza contare che il lungo cammino da percorrere toglie loro tempo per fare i lavori domestici ai quali vengono abituate gia da giovanissime. Inoltre per molte famiglie rappresenta un problema anche il fatto che nelle scuole ci siano solo insegnanti maschi. Nella più ristretta comunità dei villaggi, questi problemi sono chiari, ed è per questo che accanto ai progetti di allestimenti di scuole, appare anche l’idea della costruzione di pozzi d’acqua potabile e di impianti igienici separati, di modo che le bambine possano trasportare l’acqua per la famiglia senza dover percorrere un lungo tragitto. Per quanto riguarda poi l’insegnamento, l’obiettivo è quello di formare classi di non più di 40 alunni, con un rapporto paritetico tra maschi e femmine, in più ogni classe deve disporre sia di un insegnante maschio e di uno femmina. Anche gli orari stessi cercano di venire incontro alle esigenze degli allievi, tenendo conto delle stagioni agricole. I programmi poi, come gia detto , sono più calati in un contesto reale, difatti accanto all’insegnamento di base di matematica e di lingua, vi sono anche insegnamenti pratici di sviluppo e solidarietà, con una integrazione di attività pedagogiche produttive (orti e semenzai nel villaggio) organizzate da un comitato scuola-famiglie formato da alunni più grandi, genitori e insegnanti. Il lavoro dell’insegnante poi non si ferma all’istruzione dei bambini, questi è tenuto anche a seguire corsi di perfezionamento durante i quali si cerca di favorire un intenso scambio di esperienze con insegnanti di altri villaggi per raggiungere veramente il risultato migliore. Le scuole comunitarie che sono riuscite ad organizzarsi in questo modo, sono molte, una di queste è la scuola comunitaria di Konkongou, un piccolo villaggio nella regione delle savane, lanciata qualche anno fa da Aiede et action, una ONG, e sostenuta anche dall’UNICEF. E’ quindi possibile che il Togo riesca a risollevarsi dopo anni di crisi e non perché sul suo territorio operino molte associazioni o ONG (non sono infatti molte), ma perché la gente del posto ha voglia di attuare una svolta, non soltanto chi tra loro è riuscito ad arrivare fino alla laurea ma anche molti genitori contadini analfabeti sanno che è un bene mandare i propri figli a scuola. Soprattutto questo popolo ha saputo risolvere il problema della dispersione scolastica, o per lo meno ha cominciato a risolverlo, alla maniera togolese, creando un nuovo tipo di istruzione e un nuovo modo di metterla in pratica sul territorio. Tutti possiamo dunque trarre un insegnamento, dalla tenacia e dalla determinazione con cui queste famiglie che rischiano ogni giorno di patire la fame, cercano in tutti i modi di dare una scuola ai loro figli, essi più di noi hanno realmente capito l’importanza dell’istruzione, anche se non vivono nella avanzata e ricca Europa.A cura di Marcella Di Gregorio   

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