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Don Quijote: un eroe moderno

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     Un po’ di biografia:Miguel de Cervantes nacque ad Alcalá de Henares, Nuova Castiglia, il 19 ottobre del 1547. Dopo alcuni studi umanistici, nel 1569 lo troviamo in Italia senza sapere con certezza i reali motivi che lo spinsero ad abbandonare la Spagna. Fatto sta che in questi anni comincia il suo gran impegno militare, che lo porterà anche ad essere partecipe alla famosa battaglia di Lepanto, nel 1571, contro i famigerati Turchi e nella quale avrà modo di distinguersi militarmente dando prova di grande coraggio. In questa battaglia, fu anche ferito alla mano sinistra, ferita che fu per lui grande motivo d’orgoglio. Fu per un certo  periodo (1575-1580) anche prigioniero dei Turchi, e fu liberato dietro pagamento di riscatto. Nonostante i molti viaggi che fece anche successivamente, Cervantes agli inizi del 1600 lo troviamo in Castiglia, nella residenza della corte a Vallalolid e da qui pubblicò nel 1605 la prima parte del Don Chisciotte. Nel 1615 esce la seconda parte dell’opera, ma ricordiamo comunque che Cervantes fu anche autore di diversi generi, novelle, poesie, romanzi pastorali e drammi. L’autore si spegne nella sua casa il 22 aprile del 1616.Nel 2005 si festeggiano 400 anni dalla pubblicazione della prima parte del Ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha, opera in due parti scritta dallo spagnolo Miguel de Cervantes. È inutile dire che in Spagna, l’anniversario sarà ben festeggiato e onorato con mostre e congressi su questo gran tema nazionale. Il Quijote però non appartiene solo alla Spagna, ma appartiene a tutti i paesi, a tutte le culture, perché è un’opera monumentale e come tale si è guadagnata un posto intoccabile nella storia della letteratura mondiale. Molti sono stati gli intellettuali che hanno studiato la lingua spagnola proprio per poter leggere l’opera in originale e arrivare così ad un contatto più profondo con i suoi personaggi, le situazioni e i suoi molteplici significati.Il Quijote è un universo frastagliato di voci, d’incontri, di problematiche e non è affatto semplice farne una sintesi approfondita, poiché c’è sempre il rischio di tralasciare alcuni aspetti. Questo rischio è determinato sicuramente dalla vastità dell’opera, ma anche dalla volontà più o meno intenzionale di interpretarla favorendo una certa ottica rispetto ad un’altra. Durante i secoli il Quijote è stato soggetto a diverse interpretazioni, prima fra tutte e sicuramente la più conosciuta, quella romantica del cavaliere che lotta contro la gretta realtà in nome di alti valori oramai perduti. Naturalmente, anche in questo caso, dovremmo cercare di superare il particolarismo delle singole interpretazioni e puntare ad una visione più ampia grazie al confronto di più punti di vista. Ma, è impossibile resistere al fascino della tesi romantica che ha diffuso nell’immaginario collettivo dell’umanità un’immagine senza tempo, quella d’un cavaliere che solo lotta contro i mulini a vento. Eppure, questa immagine così bella ed essenziale, ha rappresentato per il suo personaggio anche un grande limite per la sua diffusione. Molti non conoscono Don Chisciotte e non sanno quale tragedia umana nasconde la lotta contro i mulini a vento. Doestoevskij disse che il Quijote è il libro più triste mai scritto, poiché è la storia di un disinganno. Ma, in definitiva, chi è Don Chisciotte?Parlare di Dq non è semplice, anche perché purtroppo nonostante la sua grandezza è figura ai più sconosciuta. Non molti sanno per esempio che Dq non nasce come cavaliere, ma all’origine della sua storia  troviamo un uomo di mezz’età, Alonso Quijano, un hidalgo un po’ annoiato della metà del ‘500 spagnolo. Chiamato da tutti “el bueno” perché conosciuto per la sua indole buona e saggia, Alonso impazzisce a causa della lettura ossessiva di romanzi cavallereschi: legge talmente tanti romanzi che raccontano di cavalieri, d’avventure rocambolesche,  di draghi e principesse in pericolo, che non solo crede verità ciò che legge ma si convince che la sua missione è quella di resuscitare la “andante caballerìa”. Ecco avvenire così la trasformazione di un placido nobile di campagna in un indomito cavaliere attraverso un gioco di luci e d’ombre in cui la parte più fanciullesca e fantasiosa dell’uomo prende il sopravvento sulla parte razionale. In questo modo nasce la figura del cavaliere senza macchia e senza paura: il problema però è che solo lui si vede in questo modo, perché per tutti quelli che incontrerà nel suo cammino, Don Chisciotte non è che uno stravagante personaggio vestito d’armatura e d’armi di un secolo prima che desta solo risa, incompreso nel suo agire nonché sbeffeggiato e ridicolizzato. La nascita del personaggio comporta anche la nascita di un modo diverso di guardare la realtà, appunto quello di Don Chisciotte, il cui sguardo è offuscato dalla pazzia cavalleresca. Semplicisticamente potremmo dire che Dq vede pericoli dove non ci sono, interpreta tutto quello che gli succede in chiave cavalleresca, vede ovunque segnali che lo chiamano all’avventura  e in preda a questi si butta con forza come fosse in trance. È così che scaturisce l’irreparabile: Don Chisciotte agisce in una realtà che non è quella che lo circonda, quella “reale”. Agisce in una realtà sua, in nome di valori che non sono più condivisi o conosciuti, come quelli cavallereschi, agisce quindi nella sua dimensione e le sue azioni per questo non sono capite.  Si crea una sorta di sfasatura fra la sua realtà e quella circostante tanto che l’impatto delle sue azioni è nullo, e in altre parole, è come se Dq “colpisse a vuoto”L’immagine che ne deriva è comica e tragica allo stesso tempo: comica perché Dq è effettivamente buffo nelle sue azioni da uomo d’altri tempi, nel suo linguaggio arcaico che ormai non capisce più nessuno e soprattutto nel suo modo estremamente gentile e innamorato di trattare tutte le donne. Ma è proprio in questa comicità che risiede l’amaro, il tragico:  Don Chisciotte non trova il contatto con ciò che lo circonda e il solo canale per rapportarsi agli altri è la cavalleria. E’ come se il nostro cavaliere fosse stato inghiottito in una dimensione lontanissima, e per interagire con lui bisogna entrare proprio in tale dimensione, nella sua ottica, altrimenti non v’è dialogo e né possibilità di comprensione. L’aspetto interessante di questa personalità così frastagliata, quasi “schizofrenica”,  è che Dq impazzisce solo quando il discorso verte sulla cavalleria, mentre per tutto il resto è uomo ricco di consigli e ragionamenti saggi. Difatti molti personaggi che lo incontrano e che notano quest’ambiguità descrivono Dq come un cuerdo loco, cioè un saggio pazzo. Ma fino a che punto queste due parti così inconciliabili si mescolano in una persona? In Dq potremmo dire che saggezza e pazzia si alimentano l’un l’altra: solo un uomo estremamente saggio e nobile può mettere al repentaglio la sua vita per gli altri, e d’altra parte solo un uomo pazzo può arrivare a fare e credere ciò che fa e crede Dq.Come termina questa storia? Apparentemente, nel modo più triste, con la morte del personaggio. Ma non è così semplice. Dobbiamo sapere, infatti, che alla fine della seconda parte Don Chisciotte, subita l’ultima e la più sofferente delle sconfitte, ritorna a casa demoralizzato e malinconico. In una sorta di trance fra febbre e sogno, la personalità del vecchio Alonso Quijano risorge e riprende il possesso della mente  e del fisico dell’uomo, mentre Don Chisciotte scompare, o meglio si oscura. Il vecchio Alonso rinsavisce, chiede scusa per tutto quello che ha causato nei panni di Don Chisciotte, si confessa e muore da buon cristiano. Dov’è l’impavido cavaliere? Allora ci chiediamo: è morto? No, perché effettivamente è il suo supporto fisico che muore, ma non Don Chisciotte che esce in punta di piedi dal corpo che lo sosteneva. Molte sono state le interpretazioni di questo finale. La più bella e affascinante è quella che vuole Don Chisciotte continuare a vivere oltre la finitezza della vita umana, nello spazio illimitato dell’ideale. È come se Alonso Quijano, sentendo la morte sopraggiungere, abbia voluto liberare il suo personaggio e non farlo finire con la fine della sua vita, ma permettergli di volare oltre tempo e spazio. In questo modo, Don Chisciotte è immagine immortale, che vive oltre le pagine di un libro, ed è per questo immagine senza tempo di chi lotta senza mai arrendersi, emblema di qualsiasi lotta contro la meschinità in nome di fedeltà, onore e soprattutto rispetto e lealtà nei confronti di chi si affronta.Recentemente, l’attore Christopher Reeve, il più famoso Superman, è morto in seguito ad un arresto cardiaco. Da parecchi anni era però su una sedia a rotelle in seguito ad una brutta caduta da cavallo, che non solo aveva compromesso irrimediabilmente la deambulazione ma aveva anche deformato il suo volto. È facile a questo punto fare un a parallelo con il nostro Don Chisciotte: Superman, l’eroe in tuta blu con una grande “S” stampata sul petto, l’eroe dell’infanzia di tutti noi, continua a volare come figura immortale che difende l’umanità dai cattivi. È bello, anche se solo nell’immaginazione, pensare che magari da qualche parte ci sia ancora qualcuno che ci difende, qualcuno che non fa discriminazione fra popoli e religioni, qualcuno insomma che si preoccupa dell’uomo in quanto essere umano, a prescindere da qualsiasi sia la sua origine o pensiero. Allora, in questo parallelo così lontano, tra due personaggi così diversi ma anche così profondamente uguali, scopriamo che almeno nello spazio ideale queste figure, insieme a tante altre, continuano a vivere insegnandoci che bisogna sempre lottare per la fratellanza e la solidarietà, valori senza tempo che purtroppo trovano sempre meno posto nel mondo odierno.    
   

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