Articoli Maestri

Il punto sull’Alternativa al Sistema

Intervento di Francuccio Gesualdi su Altreconomia ottobre 2019

Altreconomia è nata vent’anni fa dalla fusione di diverse riviste. Noi del Centro nuovo modello di sviluppo gestivamo la piccola Equonomia. Gli obiettivi che ci eravamo posti allora erano da una parte il tentativo di analizzare il comportamento delle imprese, come un periodico strumento di consumo critico, dall’altra di affrontare grandi tematiche legate agli squilibri economici e al degrado ambientale. A seguito dell’aggregazione nel 1999 l’attività si è orientata anche sul racconto delle pratiche alternative.

Negli anni la nostra collaborazione è andata affievolendosi, Altreconomia è diventata adulta, ma nonostante tutto intorno a noi stia cambiando e sia cambiato -il contesto, il sentire- c’è ancora bisogno di questa rivista.

 Le difficoltà non mancano, lo sappiamo. Se il piano dell’informazione è solido, quello dell’azione sta scemando. Forse perché stiamo cercando di capire dove orientarla, quell’azione, visti i cambiamenti rapidi che ci troviamo ad affrontare.

Se guardo il mondo oggi, in generale, mi sento di dire che sta un po’ diminuendo la sensibilità verso le nostre tematiche e le nostre proposte. Anche se il bisogno non si sta riducendo, semmai si sta accentuando. Penso ai cambiamenti climatici, alle migrazioni: la necessità di una via alternativa in questo momento è più forte che mai. Ma la si ricerca sempre meno, complice il fatto che la mentalità mercantile si sta facendo strada nella testa di molti e la crisi del 2008 ci ha spinti verso soluzioni del momento e non di lunga durata. Quando il sistema non funziona ti porta a tornare tra le sue braccia per cercare lì le soluzioni e questo è il grande errore del nostro tempo.

“Se il piano dell’informazione è solido, quello dell’azione sta scemando. Forse perché stiamo cercando di capire dove orientarla, quell’azione”

Per noi che lavoriamo sulle prospettive alternative e di lungo periodo non c’è ancora una maturità. Tanti, troppi, fanno analisi ma se di alternativa parlano lo fanno a livello micro, come se si fosse persa l’ambizione di pensare in grande. E invece è ciò di cui avremmo più bisogno. A questo “colpo” ha contribuito senza dubbio la repressione durante il G8 di Genova nel luglio 2001, uno snodo che ha smontato tante aspettative, ci ha fatto tornare alla “realtà”. Il potere ha reagito e pesantemente, arrestando una proposta che stava crescendo. Dopo quella forte delusione ci siamo ritirati nel privato politico, quasi a cercare solamente la soddisfazione di dire “qualcosa ho fatto”. Ciò che avevamo sperimentato è diventata una tentazione piuttosto che una soluzione. So bene che il cambiamento passa anche dalla sperimentazione, ma quando questa diventa l’unico risultato allora è controproducente. Occorre il pensiero, la massa critica, una spinta vera verso altri paradigmi.

Oggi questo non c’è. C’è il “movimento di Greta”, ma non sono molto ottimista. Vedo i giovani attendisti. Dicono “non ci rubate il futuro” ma poi delegano la risposta a chi ha creato il problema. Non so se funzionerà. Mi pare dominante una mentalità secondo la quale i problemi ambientali o sociali si risolvono sul piano della tecnologia. E questa è una cosa vecchia, una prospettiva vecchia. Non abbiamo capito che i limiti ambientali ci obbligano a ripensare tutto da capo. Il sistema, al contrario, quando si rende conto che sta fallendo cerca di negare. Poi è costretto ad ammettere. Ci troviamo qui. Il problema ambientale c’è, ormai si ammette, il problema sociale pure, seppur in subordine, ma le soluzioni, si dice, stanno tutte dentro il sistema. Non mi stupisce questo atteggiamento: è il tentativo di mantenersi in vita. Mi stupisce la presa in giro collettiva: siamo concentrati su un pezzetto del fallimento e ci convinciamo che la tecnologia ci salverà. È un errore e lo dimostra il fatto che il sistema ha scippato tanti nostri vocaboli e impoverito la nostra opposizione comunicativa. 

Dunque la situazione è più complicata di prima e servirebbe di capire come riorganizzarci per cercare di fare in modo che si arrivi a un nuovo impulso, a un nuovo pensiero, che si raggiunga il maggior numero di persone possibile. L’informazione indipendente può dare il suo contributo anche se tocca confrontarsi con la nascita di nuovi veicoli, strumenti, canali, modalità nuove, sempre più veloci e superficiali. Occorre una proposta teorica e poi è necessaria farla vivere nell’esperienza. Esperienze che siano meno separate possibile tra loro. C’è bisogno di associare nuovi stili di vita, nuovi modi di produrre energia, di trattare i rifiuti, di organizzare la società per garantire diritti a tutti. È il grande ambito in cui non ci siamo più. Il “piccolo” o ti porta al “fai da te” o ti porta al mercato -nella sua versione più morale, più buona-, ma non ti permette di sperimentare l’ambito della sovranità collettiva.

“Non abbiamo capito che i limiti ambientali ci obbligano a ripensare tutto da capo. Il sistema, al contrario, quando si rende conto che sta fallendo cerca di negare”

Non siamo più dove dovremmo essere. A chiederci come riorganizzare l’economia pubblica che si occupa dei diritti senza più affidarli al mercato, il quale offre di tutto soltanto a chi ha denaro. Ci vuole questa componente, questa dimensione, e invece di questo non se ne occupa più nessuno. Non la politica, non noi a livello di base che non riusciamo a farla diventare pratica sperimentale, spazio occupato. È di questo che dovremmo tornare a parlare con insistenza, di questo bisogno di equità globale proiettato nel futuro. La parsimonia dovrebbe diventare per forza il nuovo paradigma per cambiare un sistema che invece strapazza per bene le persone, come cartoncini. Gli “scartati”, per citare papa Francesco, aumentano sempre di più. Una rivista alternativa dovrebbe portare l’attenzione su queste tematiche sul piano teorico e sul piano pratico. Ma cominciando a rivalutare questa dimensione collettiva, diretta competitor del mercato. Sono pessimista? Non mi interessa. L’esperienza insegna che certi cambiamenti impongono tempi lunghi e che noi viviamo frammenti della storia, segnati da imprevisti. Negli anni Novanta c’era un movimento molto più radicato di quello che c’è oggi. Il punto era assumersi in prima persona le responsabilità per incidere sui processi generali. Genova è stata il culmine, poi è stato un retrocedere continuo. Oggi siamo nell’intimismo. Non si punta ai risultati ma a coltivare buone relazioni, come se si fosse già gettata la spugna. Dobbiamo continuare a impegnarci, senza porci però la domanda “ce la faremo?”. Quello non riguarda noi, riguarda l’umanità. Anche se ambisco, questo è ovvio.

Francuccio Gesualdi su Altreconomia ottobre 2019

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