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La personalità nonviolenza



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La personalità nonviolentaGiuliano Pontara, nel libro “La personalità nonviolenta” analizza il modello di Uomo del terzo millennio, il processo di formazione della sua identità e il modo in cui si innesta nelle sfide del futuro.Dalla fine della guerra fredda si sono concatenati una serie di eventi, di cambiamenti sociali, economici e politici, che sono intervenuti nella ristrutturazione della società a livello locale e globale.Attraverso la politica di USA e URSS di quegli anni, la guerra ha rappresentato, nella coscienza di tutti, l’unico strumento di conduzione dei grandi conflitti.I sentimenti di odio e di vendetta, il processo di deumanizzazione del nemico fanno della difesa attraverso strumenti militari, l’unica speranza di garantire la sicurezza del proprio paese.In che modo si forma nelle coscienze il concetto di nemico?In diverse parti del mondo, le formazioni politiche utilizzano l’appartenenza etnica come risorsa della psiche umana per conquistare il potere ed eliminare eventuali avversari.Etnia, religione, nazionalità sono concetti aggreganti soprattutto in periodi di incertezza: nei momenti critici si ha bisogno di concentrare nelle mani del potere le ideologie di attori che lottino per una causa: la costruzione identitaria di un’etnia o di una classe sociale. Con questo processo si ottiene la disponibilità alla lotta anche se spesso gli individui non sono in grado di spiegare quale sia la reale differenza tra sé e il nemico.L’identità si fonda sulla necessità di essere diversi dall’altro(vedi situazione dell’ex Jugoslavia in cui essere Serbi significa non essere Croati). Viene definita dalla differenza, anche se si tratta di una differenza problematica che rivela un’incoerenza tra la rivendicata diversità e la conoscenza, frutto della frequentazione quotidiana. L’identità collettiva è una leva forte per i gruppi al potere perché può arrivare a travolgere le relazioni individuali anche molto radicate.La libertà di vivere la propria identità è un bisogno dell’Uomo e comprende la libertà di parlare la propria lingua, di praticare la propria religione, investe l’area dell’individualità, dei fini personali, dei fondamenti, dei bisogni individuali, insieme a tutto ciò che riguarda il modo di vivere in comunità.All’affermazione dei propri diritti vi sono limiti: la libertà di ciascuno finisce dove comincia la libertà degli altri.Per iniziare un processo di cambiamento della società, dobbiamo iniziare dall’osservare la realtà dell’altro, dobbiamo tessere una rete di relazioni tra persone motivate a raggiungere gli stessi obiettivi, con competenze, caratteristiche e potenzialità diverse.L’importanza di educare alla nonviolenza diventa speranza del futuro della democrazia e della cooperazione collettiva. “La democrazia è una modalità di conduzione e risoluzione dei conflitti fondata sul principio nonviolento per cui le teste non si tagliano ma si contano” ognuno con la propria individualità, con i propri bisogni.Educare alla nonviolenza significa anche educare alla democrazia, formare individui con una personalità nonviolenta.Giuliano Pontara ce ne presenta le caratteristiche:• Ripudio della violenza: interiorizzazione della norma morale che impedisce l’uso dellaviolenza a qualsiasi scopo. La violenza in ogni sua forma è un male. Comprende la violenza fisica, psichica, gli atti commissivi ed omissivi (uccidere e causare sofferenze da una parte o omettere il soccorso e non impegnarsi per prevenire e diminuire le sofferenze dall’altra). Questo implica: non infliggere sofferenze neanche in lotta, impedire che il conflitto diventi antagonistico e quindi si arrivi a disconoscere l’altro se non come oppositore.• Capacità di identificare la violenzaLa nonviolenza può assumere forme anche molto sottili, nascoste ad esempio tra le dinamiche dei rapporti familiari, delle relazioni significative, con i propri genitori, con i propri figli, con il proprio partner. Ciò che rappresenta per noi il terreno vitale di costruzioni di rapporti può essere infestato da gravi sofferenze, dalla mancanza di comunicazione dallo scatenarsi di conflitti violenti anche a livello intrapersonale. Identificare la violenza è il primo passo per saper vivere i conflitti, affrontando le sofferenze, non lasciandosi spaventare da esse, riscoprendo le parti di noi sottomesse all’esigenza di vivere una falsa tranquillità.• Capacità di empatia (mettersi nei panni di)Immedesimarsi nelle sofferenze degli altri, imparare a decentrarsi, a guardare le cose da un altro punto di vista, avere il desiderio che la sofferenza di ognuno cessi al più presto possibile, ci aiuta a conoscere a comprendere l’altro, e le ragioni della violenza. Questo è l’unico mezzo per affrontarlo.• Rifiuto dell’autorità (obbedienza- Verantwortungsfrende-autorità legittima De Jure)Essere assertivi, saper lottare per i propri diritti, saper esprimere i propri desideri, i propri valori, saper conservare la propria identità, saper gestire la propria libertà di scegliere, implica il rifiuto dell’autorità legittima deJure. Obbedire al suo comando prevede anche la mancanza di responsabilità per i propri atti di violenza: Se io sono una pedina del sistema devo obbedire al sistema, al suo potere, alla sua autorità.Il Delirio di Onnipotenza di Hitler, la Germania nazista il sistema di individui votati al sogno di una Germania forte e potente hanno causato il più grande eccidio della storia, che porta ancora i suoi strascichi di sofferenza nella memoria collettiva• Fiducia negli altriAvere fiducia significa essere disposti a dialogo, all’apertura dei canali di comunicazione; senza la fiducia negli altri la cooperazione rappresenterebbe sempre e comunque un rischio troppo grande.Con l’acuirsi del conflitto si sviluppa un senso di sfiducia nei confronti dell’avversario, del nemico; nessuna misura anche se violenta, che serva a difendersi da un eventuale attacco, può essere scartata a priori.L’escaletion della sfiducia reciproca diminuisce sempre più le possibilità di dialogo e di risoluzione del conflitto.• Capacità di dialogareEssere disposti al dialogo, ad ascoltare e a comprendere le ragioni dell’ALTRO comporta l’accettazione del principio del fallibilismo. Il nostro potere di conoscenza è limitato, dobbiamo essere disposti a mettere in discussione le nostre posizioni, a falsificare i nostri assunti, a mettere in discussione la nostra fede, anch’essa imperfetta.I nostri giudizi morali possono essere distorti dai nostri interessi, o fondarsi su informazioni false o incomplete, perciò è fondamentale essere risposti a dialogare con l’altro.• MitezzaDisposizione a non serbare rancore, a non nutrire odio, a non provare astio, a non desiderare il male dell’altro, a non essere vendicativo, a non imporsi sull’altro. Il “nonviolento”, non rifiuta il potere, la forza, l’assertività, non fugge dai conflitti; mira ad impostarli in modo che non ci siano vinti.• CoraggioAristotele lo pone tra paura e temerarietà. Avere coraggio significa saper affrontare ciò che si teme, avere la capacità di prendere posizione e di mantenerla con fermezza.• AbnegazioneDisposizione a fare sacrifici nella lotta volta a realizzare determinati obiettivi comuni. Come alternativa alla violenza contro il prossimo, significa assumere la violenza su di sé, soffrire l’offesa sulla propria persona.• PazienzaAvere la capacità di aspettare, non lasciarsi abbattere. Saper attendere il tempo necessario ad ottenere la soluzione migliore per tutti, cercare di ricorrere a metodi radicali per ottenere lo stesso risultato in tempi minori. Bisogna essere disposti al compromesso su obbiettivi che non sono di importanza vitale.
   

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